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Cultura

Sta per aprire “La forma dell’infinito”, in mostra da ottobre a Casa Cavazzini

Redazione

Sta per aprire le porte la mostra che dal 16 ottobre 2021 al 27 marzo 2022 trasformerà Udine in una città di spettacolare richiamo in Italia e in Europa per gli amanti della grande arte. «La forma dell’infinito» – questo il titolo dell’esposizione, ora entrata nella fase degli ultimi preparativi e dell’allestimento, al secondo piano della rinnovata sede di Casa Cavazzini – si preannuncia come un evento di portata eccezionale, senza precedenti nella storia della città.

Le sale del museo di arte moderna e contemporanea del capoluogo friulano, ora dotate di soluzioni al passo con i migliori ambienti espositivi al mondo, stanno per diventare lo spazio teatrale dove 50 opere strepitose, come attori che vivono e parlano, avvinceranno i visitatori in un racconto capace di toccare il cuore e l’intelligenza e di stupire con colpi di scena di bellezza e privilegi assoluti. Una mostra che ha il sostegno di Regione Fvg e Promoturismo Fvg, della Fondazione Friuli ed è realizzata con il sostegno speciale di Gruppo Hera Amga Energia e Servizi.

Già il tema della mostra dischiude porte su vasti paesaggi dell’anima. Secondo il progetto voluto dal curatore, Don Alessio Geretti – sacerdote udinese e direttore artistico delle mostre di Illegio –, «La forma dell’infinito» è infatti una chiave per entrare nell’arte moderna e contemporanea, anche per coloro che normalmente faticano a comprenderla, scoprendo una delle intenzioni fondamentali che hanno animato tanti pittori dalla fine dell’Ottocento e per tutto il corso del Novecento: rendere visibile l’infinito che dietro la prima apparenza delle cose sussurra alla mente e al cuore umano. L’uomo non può comprendere nulla di se stesso, della sua condizione, della sua grandezza e della sua inquietudine, se non rendendosi conto d’essere un’immensa aspirazione all’infinito. Perciò esiste l’arte: non per produrre decori frivoli né per riprodurre le fattezze di ciò che abbiamo sotto gli occhi, ma per dare forma a quella tensione all’infinito, incantevole e misteriosa, che ci rende unici nell’universo. Tra pennellate e colori, paesaggi mistici e astrazioni audaci, i capolavori dei più grandi geni dell’arte, specialmente dall’Impressionismo in avanti, sollevano il velo del mondo visibile e lasciano affiorare sulla superficie dei quadri gli enigmi, le nostalgie, le ricerche di chi percepisce l’altro lato della realtà, o il dolore della finitezza senza prospettive di chi si convince che non c’è risposta alla domanda di infinito che ci portiamo dentro.

La mostra «La forma dell’infinito» intende dare al visitatore la percezione d’essere il destinatario di una rivelazione suggestiva, con opere che facciano sfiorare l’infinito. Basti pensare alle firme dei cinquanta capolavori, molte delle quali appartengono ai più importanti protagonisti dell’arte negli ultimi due secoli: Claude Monet, Paul Cézanne, Alfred Sisley, Henri Matisse, Dante Gabriele Rossetti, Michail Nesterov, František Kupka, Vasilij Kandinskij, Aristarch Lentulov, Natal’ja Gončarova, Odilon Redon, Maurice Denis, Jacek Malczewski, Mikalojus Čiurlionis, Nikolaj Rerich, Medardo Rosso, Umberto Boccioni, Pablo Picasso, Emilio Vedova, Ernst Fuchs, Hans Hartung e altri ancora. Mai Udine ha visto tanti giganti del bello darsi convegno in una mostra che smuove opere da nove paesi d’Europa, collegando la città friulana con straordinarie capitali culturali, tra cui Parigi, Londra, Vienna, Barcelona, Praga, Mosca, insieme ad altre e a diverse sedi italiane. La bellezza del progetto e dell’idea di fondo della mostra – tracciare una strada d’arte verso l’infinito – ha convinto a concedere prestiti estremamente pregiati musei illustri e collezioni più piccole ma importanti, pubbliche e private, che già denotano la levatura dell’esposizione: nell’elenco dei prestatori, Udine può rallegrarsi della collaborazione, fra gli altri, del Belvedere di Vienna, della collezione Peggy Guggenheim di Venezia e della Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York, ma anche della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma o del MART di Rovereto, della Galleria Tretyakov di Mosca e del Museu Picasso di Barcelona.

Ci sono fini conoscitori dell’arte che avrebbero fatto pellegrinaggi faticosi pur di poter vedere da vicino opere che è rarissimo appaiano in Occidente, e a Casa Cavazzini potranno contemplarle con viva emozione: così sarà, ad esempio, con i tre dipinti di Nicholaj Rerich o con i cinque dipinti di Mikalojus Čiurlionis, che eccezionalmente lasciano le loro sedi approdando al Friuli.

Ci sono file di devoti del geniale e visionario Kandinskij che a Udine potranno ammirarne tre, uno accanto all’altro, e tra essi «La Piazza Rossa» – altro prestito quasi incredibile concesso dalla Tretyakov di Mosca –, cioè l’opera simbolo della svolta di quell’artista, frutto di una sorta di estasi artistica, decisiva per la strada che da allora imboccò la creatività del genio russo.

E poi, basterebbe a rendere questa esposizione un evento imperdibile il fatto che in essa diventano accessibili 11 capolavori mai visibili al pubblico, in particolare sei dei quali totalmente inediti e che Udine propone quindi per la prima volta all’attenzione del mondo: così le opere di Umberto Boccioni, di Aristarch Lentulov, di Elena Bebutova, di Natal’ja Gončarova, di Pyotr Petrovičev, ma soprattutto uno straordinario dipinto di Claude Monet, mai concesso in prestito a nessuno prima che a Casa Cavazzini, se non – unico altro episodio nella sua storia – alla National Gallery di Londra!

E per un tocco di completezza, accanto a tanti astri del cielo dell’arte, brillerà di luce suggestiva anche un’opera friulana, a firma dell’indimenticabile Giovanni Napoleone Pellis, a testimonianza che anche nella nostra piccola Patria la grande arte ha avuto i suoi ambasciatori. La spettacolare sequenza di tele che trapasserà l’anima del visitatore dialoga perfettamente con le collezioni permanenti di Casa Cavazzini, che insieme alla mostra riapriranno le loro porte al pubblico dal prossimo 16 ottobre: sarà del tutto naturale e per certi versi necessario soffermarsi, al primo piano o al piano terra, dinanzi alle opere di Afro, Mirko e Dino Basaldella, al taglio di Lucio Fontana, alle opere di Giorgio De Chirico e Alberto Savinio, di

Carlo Carrà e di Filippo De Pisis che impreziosiscono la sede lasciata in eredità al Comune di Udine dal commerciante e collezionista Dante Cavazzini.

Ma forse uno degli aspetti più magici della mostra, che per oltre cinque mesi potrà rendere il centro storico udinese come un cuore pulsante, è il suo carattere di meditazione d’arte. Non si tratta di un approfondimento per pochi specialisti né di una rassegna che sollecita le masse con i consueti filoni artistici di moda: «La forma dell’infinito» è un’introduzione al perché la pittura dell’Europa occidentale e orientale s’è incamminata sui diversi sentieri che, lasciandosi alle spalle l’Impressionismo e l’Espressionismo, hanno tentato di riaprire gli occhi dell’umanità per salvarci dallo scivolamento nella miseria spirituale, nell’ebrezza materialistica, nella incomunicabilità reciproca. Si tratta cioè di una “storia spirituale dell’arte”, che raramente è dato di poter leggere tutta d’un fiato di fronte a testimonianze così eminenti degli ultimi due secoli. Questo approccio alle opere d’arte è la firma tipica delle mostre nate ad Illegio – ed infatti quella di Casa Cavazzini è stata affidata dal Comune di Udine proprio al soggetto che di anno in anno propone nel piccolo borgo carnico esposizioni internazionali di grandissimo successo –. Le mostre “in stile Illegio” sono note non soltanto per la levatura straordinaria dei capolavori che vi si ammirano, ma specialmente per il fatto che in esse i visitatori sono sempre tutti accompagnati da giovani guide ben preparate ad offrire la grazia di una chiave di lettura completa, di una luce ulteriore, insomma, sulle singole opere con la quale è possibile vederle davvero e gustarle due volte tanto. Così avverrà anche a Casa Cavazzini, con il prezioso servizio di tante guide formate per l’occasione o, in alternativa, delle audioguide predisposte dal curatore.

E mentre i visitatori scopriranno perché le pennellate si fanno frammenti di luce in Monet o sentieri intellettuali in Kandinskij, o perché un groviglio inestricabile imprigioni il nostro sguardo su una tela di Vedova o un’evanescenza impalpabile lo liberi senza più pesi mentre osserviamo le opere di Redon, la mostra infiammerà i sensi e il pensiero facendo sentire i visitatori avvolti da scenari che evocano il senso dell’immensità o la possibilità che il suo inizio stia qui accanto, e noi sempre in bilico tra finito e infinito. Visitare una mostra così è fare un viaggio in se stessi, non semplicemente attraversare stanze di un museo.

Così Udine inaugura una stagione che vuole lasciare alle spalle l’incubo della pandemia e la perdita di contatto con la bellezza in presa diretta che essa ha comportato per molti. Questa mostra diventa una terapia dell’anima e un invito alla città stessa – con la sua garbata eleganza – a saper dare il meglio di sé e a saper accogliere molti.

Un ulteriore punto di forza della mostra di Casa Cavazzini è la grande attenzione con cui i flussi dei visitatori saranno regolati per consentire a tutti di viverla “a rischio zero” e con il miglior godimento possibile dei capolavori d’arte: sarà un’esperienza unica poter entrare in mostra in piccoli gruppi di persone, in stanze organizzate come teatri suggestivi che con la regia delle luci e la magia delle parole faranno gustare un’intimità emozionante con le opere, offrendo al tempo stesso perfette garanzie di salute ai visitatori grazie ad un protocollo accurato.

Naturalmente è necessaria la prenotazione per tutti (sarà accettata anche con preavviso minimo se ci sono posti disponibili), attraverso il telefono (0432.1279127) o la mail (prenotazioni@laformadellinfinito.it) o l’apposito modulo nel sito www.laformadellinfinito.it. Le prenotazioni sono aperte.

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Cultura

Visual tracking, l’Università di Udine vince il “campionato del mondo”

Redazione

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Udine ha vinto il “campionato del mondo” per le più avanzate tecniche di intelligenza artificiale nell’ambito del visual tracking, cioè l’utilizzo dei computer per la ricerca di oggetti (persone, mezzi, animali, ecc…) tramite immagini e video. Il team è stato premiato per aver sviluppato il miglior algoritmo di intelligenza artificiale nell’ambito della “Visual Object Tracking Challenge 2021”, competizione internazionale che ha visto la partecipazione dei più importanti istituti di ricerca al mondo in intelligenza artificiale. Dalla videosorveglianza alla robotica, l’utilizzo di questi algoritmi è conveniente in tutte le attività industriali che richiedono di mantenere traccia del cambiamento di entità con il passare del tempo. Il video che mostra le capacità dell’algoritmo vincente: https://youtu.be/znboRXJhdjM.

Il gruppo vincitore è composto dai ricercatori Matteo Dunnhofer, tarvisiano, è dottorando in Ingegneria Industriale e dell’Informazione e ha curato l’ideazione e l’implementazione della soluzione coadiuvato da Kristian Simonato, di San Michele al Tagliamento, che sul tema ha redatto la tesi magistrale in Comunicazione multimediale e tecnologie dell’informazione. Christian Micheloni, di Buttrio, professore di machine learning e computer vision e direttore del Laboratorio di Machine learning and Perception, ha diretto e supervisionato l’equipe.

Il visual object tracking è uno dei problemi fondamentali della visione artificiale, la branca dell’intelligenza artificiale che studia metodi e algoritmi per permettere ai computer di percepire il mondo tramite immagini e video. Esso richiede lo sviluppo di algoritmi di elaborazione video in grado di mantenere l’attenzione su un oggetto predefinito senza mai perderlo di vista. Come fanno le persone quando fissano un oggetto con lo sguardo. Il contesto di long-term, ovvero di mantenimento dell’attenzione a lungo termine, introduce notevoli difficoltà perché richiede di inseguire un oggetto per lunghi periodi di tempo, cercando di superare ostacoli di varia natura (variazioni di forma, colore o scala; situazioni che possono far scomparire momentaneamente l’oggetto dal campo visivo).

Quest’anno la competizione si è svolta sabato 16 ottobre nell’ambito dell“ International Conference on Computer Vision 2021”, una delle due principali conferenze internazionali sui temi di visione artificiale. La “gara” ha lo scopo di incentivare lo sviluppo di soluzioni sempre più performanti e viene organizzato ogni anno da un comitato composto dai più riconosciuti ricercatori nel campo della visione artificiale. Fra i team partecipanti l’Università di Oxford, il Politecnico di Zurigo (ETH), la Nanyang Technological University di Singapore e le numerose università cinesi leader in visione artificiale.

«La soluzione proposta – spiega Micheloni – implementa un avanzato algoritmo di machine learning in grado di supervisionare l’esecuzione di due algoritmi di visual tracking. L’algoritmo “impara” una rappresentazione astratta dell’oggetto da inseguire e, tramite il confronto di tale modello con quanto proposto dai sotto-algoritmi, è in grado di determinare la qualità dell’inseguimento dei due. Attraverso questa procedura di valutazione, l’algoritmo è in grado di selezionare qual è il sotto-algoritmo migliore per localizzare l’oggetto d’interesse, ed eventualmente utilizzare tale informazione per correggere l’altro. Questo permette di ottenere un algoritmo molto efficace a partire da due deboli».

«Le moderne soluzioni di visual tracking – sottolinea Micheloni – sono progettate per inseguire vari tipi di oggetti: persone, veicoli, animali, perfino forchette. Oltre che per applicazioni quali la videosorveglianza e la robotica, l’utilizzo di questi algoritmi è conveniente in tutte le attività industriali che richiedono di mantenere traccia del cambiamento di entità nel tempo. Le tecniche di deep learning utilizzate nella nostra soluzione sono generalizzabili e possono essere adattate facilmente a diversi tipi di dati e di algoritmi».

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Cultura

Big John: è record

Redazione

Si è celebrato nei giorni scorsi negliStati Uniti il National Fossil Day: proprio quell’occasione ha segnato ufficialmente l’entrata di Big John nel Guinness World Records® come il più grande scheletro di triceratopo ad oggi conosciuto. Questo dinosauro straordinario, di oltre 66 milioni di anni, èstato scavato in un ranch del Sud Dakota per arrivare all’inizio del 2021 a Trieste, nei laboratori della ditta Zoic – in assoluto tra le migliori realtà al mondo nella preparazione di resti fossili di esemplari preistorici, anche di enormi proporzioni – ed essere accuratamente ricostruito dai paleontologi triestini capitanati da Flavio Bacchia.

Attualmente Big John, dopo una lunga permanenza a Trieste, è esposto a Parigi prima di essere battuto all’asta il prossimo 21 ottobre all’asta Naturalia organizzata da Alexandre Giquello con la collaborazione di Iacopo Briano,esperto in paleontologia e storia naturale. La stima per questo raro fossile è tra 1,2 e 1,5 milioni di euro.

Lo scheletro fossilizzato e montato di Big John è lungo 7,15 m dal muso alla punta della coda, con i fianchi che si alzano di 2,7 m da terra. Il cranio dell’animale è largo 2 m e lungo 2,62 m. Uno studio comparativo condotto dall’Università di Bologna attesta le dimensioni eccezionali di questo cranio, dal 5 al 10% più grande dei più di 40 crani di triceratopo descritti finora dalla comunità scientifica. Poiché la scoperta di uno scheletro completo è estremamente rara, la dimensione del cranio è un riferimento per gli scienziati per valutare la dimensione complessiva di uno scheletro di ceratopside – la famiglia di dinosauri a cui Triceratops appartiene. Big John è quindi il più grande Triceratops horridus registrato scientificamente fino ad oggi.

Il cranio di Big John è composto per il 75% da ossa originali, con il 60% dello scheletro completo. Una lacerazione sul suo colletto è probabilmente il risultato di un colpo di corno di un altro animale, ricevuto durante una lotta per difendere il territorio o un corteggiamento. Le lunghe corna caratteristiche della specie – due lunghe corna frontali e una più piccola nasale – lo rendono uno dei dinosauri più straordinari. Le corna sopra gli occhi di Big John sono lunghe 1,1 m e larghe oltre 30 cm alla base, ciascuna in grado di sopportare una pressione di 16 tonnellate Nel maggio 2014, lo scheletro di Big John è stato scoperto dal geologo Walter Stein, con lo scavo completato nell’agosto 2015. Circa un anno fa, le ossa, ancora avvolte nella roccia, sono arrivate a Trieste, nel laboratorio Zoic. Specializzato nel restauro di esemplari preistorici fin dalla sua creazione quarant’anni fa da parte di Flavio Bacchia, questo laboratorio di riferimento ha già dato nuova vita a due dei più importanti Triceratopi scoperti ora esposti in musei internazionali: Cliff, al Boston Museum of Science, e il suo “cugino” al Gwacheon National Science Museum in Corea del Sud. Ancora una volta, il team di geologi e preparatori ha speso migliaia di ore di lavoro minuzioso per estrarre, pulire, restaurare e catalogare ogni osso fossile per ricostruire lo scheletro dell’animale. Big John visse nel tardo Cretaceo – l’ultima era dei dinosauri – in Laramidia, un continente insulare che si estendeva dall’attuale Alaska al Messico. È morto nella Formazione di Hell Creek (Sud Dakota, USA), un’antica pianura alluvionale che ha permesso di conservare il suo scheletro sino ai giorni nostri. Stimato tra 1.200.000 e 1.500.000 euro, questo esemplare eccezionale è al centro dell’asta Naturalia organizzata da Alexandre Giquello a Drouot, sotto la perizia di Iacopo Briano. Questa vendita, che riunisce ogni anno le curiosità naturali più impressionanti ed estetiche, ha già visto offerte milionarie per dinosauri fossilizzati: due allosauri venduti per 1,4 milioni di euro (2018) e 3 milioni di euro (2020) e un diplocodus venduto per 1,4 milioni di euro (2018).

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Cultura

A Spilimbergo una nuova scritta in mosaico che accoglie i visitatori

Redazione

L’Amministrazione comunale di Spilimbergo prosegue, dopo lo stop imposto dalla pandemia, la propria progettualità strategica “Spilimbergo Città del mosaico” con la giornata di studi intitolata “L’arte musiva fra identità locale e comunicazione globale” che si è tenuta venerdì 15 ottobre al Teatro cinema Miotto di Spilimbergo.

“Il progetto – ha dichiarato il sindaco di Spilimbergo Enrico Sarcinelli – si integra con il grande appuntamento del 2022, il centenario della Scuola Mosaicisti del Friuli e l’evento odierno, raccontando design e mosaico, ha messo in evidenza la nostra storia, la nostra contemporaneità e il nostro futuro”. 

“Per noi il mosaico è un’eccellenza del territorio  – ha aggiunto l’assessore al turismo Anna Bidoli -, elemento che contraddistingue la città e la sua offerta turistica: la progettualità proseguirà nei prossimi mesi dopo questo convegno, il video che abbiamo oggi presentato e l’installazione delle lettere musive all’ingresso della città”.

Infatti contestualmente, dal giorno precedente, nella rotonda di via Udine – porta di accesso alla città arrivando dal ponte sul fiume Tagliamento – è visibile il manufatto musivo raffigurante la grande scritta “Spilimbergo”, alta 200 cm, mosaicata dagli artigiani spilimberghesi (Rino Pastorutti, Marzia Canzian e Denise Toson con Martina Morassi, Andrea Giulia Paliaga, Gabriele la Sala, Chiara Platolino, Eric Bonsu, Isabella Petrangeli, Mohamed Chabarik con Eleonora Zanier,  Dagmar Friedrich con Marzia Truant e Gabriella Buzzi) e dai giovani allievi della Scuola Mosaicisti del Friuli. Collocata proprio all’ingresso di Spilimbergo, l’installazione musiva accoglierà cittadini e visitatori ricordando a tutti che stanno entrando nella città del mosaico (la prevista inaugurazione con le autorità non si è svolta per il dovuto rispetto dopo un grave incidente stradale accaduto poche ore prima nei pressi della rotonda).

Presenti al convegno l’architetto Silvana Annicchiarico, design curator, docente all’Isia di Pordenone e tra i vari incarichi anche membro del comitato tecnico scientifico per i musei e l’economia della cultura del Mibac (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo), il professor Gianni Canova rettore dell’Università IULM di Milano oltre che volto noto televisivo di Sky Cinema e la giovane architetto designer Cristina Celestino (che a Pordenone è nata ma opera in tutto il mondo), dopo la laurea alla facoltà  IUAV di Venezia, ha fondato un suo brand ed ha ottenuto diversi riconoscimenti internazionali.

“La nuova scritta in mosaico – ha spiegato Silvana Annicchiarico – è un vero e proprio landmark territoriale e vettore comunicativo, che ha al suo interno un divertimento per l’osservatore con la g in minuscolo che vuole dire Spilimbergo Go, ovvero venite a visitare la cittadina: un tratto internazionale per raccontare a tutti che siamo entrati nella patria del mosaico”.

“Il Distretto del mosaico di Spilimbergo – ha dichiarato Cristina Celestino – è sempre stato un punto fermo per la progettualità legata alla creatività: importante farlo interagire con il mondo dell’architettura, del design e della grafica facendone così risaltare il lavoro anche a livello internazionale”.

“La creatività – ha concluso Gianni Canova – è uno degli elementi su cui Italia può ripartire dopo il dramma del Covid: siamo un Paese pieno di vitalità, a dispetto di narrazioni cupe che non condivido, e Spilimbergo ne è uno degli esempi più virtuosi. La giornata di oggi ha dato evidenza di come questa del mosaico sia un’esperienza da cui tutto Paese può prendere ispirazione”. 

La giornata, condivisa con l’Ordine degli Architetti della Provincia di Pordenone e la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, rientra nel progetto perseguito con determinazione dall’amministrazione comunale con l’obiettivo di valorizzare sempre più l’importanza della tradizione e dell’eccellenza mosaicista non solo nella storia e nell’identità di Spilimbergo, ma anche nel suo presente e nel suo futuro. Attraverso i suoi artefatti musivi, infatti, Spilimbergo dialoga non solo con il territorio della regione Friuli ma con il mondo intero: i mosaici di Spilimbergo portano ovunque il nome della Città e trasformano un’eccellenza artigianale in un potentissimo vettore di marketing territoriale.

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